Straordinaria intervista oggi a Giorgio Barozzi, artista e didatta poliedrico, dal crescente e fervente seguito musicale. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro Hammond Organ Complete | Edizione Italiana, pubblichiamo con estremo interesse l’intervista a Giorgio Barozzi, nell’inarrestabile ondata creativa e produttiva che nasce da talento e competenza di profilo altissimo! Apprenderemo curiosità, retroscena e processi di sviluppo di questo lavoro, supportato dalla celebre e prestigiosa casa editrice Volontè & Co., e riserviamo di nuovo un caloroso benvenuto a Giorgio Barozzi!

Nel tuo libro Hammond Organ Complete, accompagni il lettore dalle basi fino a tecniche avanzate: qual è stato l’errore più comune che hai visto fare ai tastieristi quando si avvicinano per la prima volta all’organo Hammond?

Quando ho lavorato su “Hammond Organ Complete”, partivo da una familiarità diretta con il metodo, che conoscevo già dai miei studi di organo Hammond prima del diploma in conservatorio. Uno degli errori più comuni che avevo già osservato allora – e che il libro affronta in modo molto chiaro – è l’approccio “pianistico” allo strumento.
Molti tastieristi tendono a pensare l’Hammond come un pianoforte con un suono diverso, trascurando elementi fondamentali come l’uso dei drawbar, la gestione del Leslie o il pedale volume. Durante la traduzione ho cercato di mantenere proprio questo focus: aiutare il lettore a cambiare mentalità, prima ancora che tecnica. È lì che avviene il vero salto di qualità.



Nel volume esplori stili come gospel, blues, jazz, funk e rock: c’è uno di questi linguaggi che, secondo te, rappresenta meglio di questo strumento e perché?

Ogni linguaggio racconta una parte dell’identità dell’Hammond, ma se dovessi individuarne uno particolarmente rappresentativo direi il gospel. È lì che lo strumento esprime al massimo la sua componente espressiva, quasi “vocale”.
Nel lavoro di traduzione mi ha colpito proprio come il metodo riesca a mettere in relazione questo approccio con altri contesti, dal jazz al rock, mostrando una continuità più che una separazione. Anche nel mio percorso formativo, questi linguaggi non sono mai stati compartimenti stagni, ma parti di un unico vocabolario musicale.

Il libro è accessibile anche a pianisti e tastieristi: quali sono le principali differenze mentali e tecniche che devono affrontare passando dal pianoforte all’organo Hammond?

Il passaggio dal pianoforte all’organo Hammond è soprattutto un cambio di mentalità. Il pianista è abituato a costruire l’espressività attraverso il tocco, la dinamica, il peso; sull’Hammond questi parametri funzionano in modo diverso o sono sostituiti da altre tecniche espressive.
Il metodo accompagna molto bene questo passaggio: introduce progressivamente l’uso dei drawbar, la gestione del sustain delle note, l’indipendenza tra le mani nel controllo dei parametri e dei manuali e l’eventuale utilizzo della pedaliera. È un processo graduale, che richiede di ripensare il proprio rapporto con lo strumento, ma che apre possibilità sonore enormi.


Se dovessi convincere un musicista/appassionato indeciso ad acquistare Hammond Organ Complete con una sola frase, cosa gli diresti?

Direi: “È il ponte più diretto tra quello che sai già suonare e quello che l’organo Hammond può davvero diventare nelle tue mani.”
È una frase che rispecchia bene anche la mia esperienza personale: da studente prima e da traduttore poi, ho riconosciuto in questo metodo la capacità di rendere accessibile uno strumento complesso senza banalizzarlo.


Nel libro parli anche di gestione “in tempo reale” di registri ed effetti: quanto conta oggi, per un tastierista moderno, saper modellare il suono mentre suona?

Oggi è una competenza fondamentale. L’organo Hammond non è solo uno strumento da “suonare”, ma da modellare in tempo reale. La gestione del Leslie, dei drawbar e la realizzazione di alcuni particolari effetti fa parte integrante dell’esecuzione, quasi come se fosse un’estensione del fraseggio.
Nel tradurre questa parte del libro ho cercato di rafforzare questa idea: il suono non è qualcosa che si imposta prima e basta, ma qualcosa che si costruisce mentre si suona. È una competenza che distingue davvero una esecuzione consapevole da una “semplicemente” corretta.

Di master