Straordinaria intervista oggi a Stefano Bruno, artista poliedrico che ci vizia e seduce con la sua arte. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro “Forme uniche della continuità nello spazio”, leggiamo con senso di empatia l’intervista a Stefano Bruno, grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! Apprenderemo curiosità, vizi e virtù della musica e della vita, Stefano Bruno si aprirà a noi con quelle che sono le collaborazioni, le esperienze, e i progetti futuri. Tuffiamoci in questo mondo speciale e diamo un caloroso benvenuto a Stefano Bruno!

Com’è nata la tua passione per la musica?
Anche se è esplosa durante l’adolescenza è una passione innata. Mia mamma dice che fin da quando ero in grembo scalciavo se c’era musica intorno e che all’asilo non volevo proprio saperne del riposino pomeridiano. Così, dopo pranzo, le insegnanti mi portavano con loro e, mentre una suonava “Questo piccolo grande amore con la chitarra’’, io canticchiavo.

Usa tre aggettivi (e perchè) per descrivere “Stefano Bruno” e il suo personaggio
1) Sicuramente Bruno che non è soltanto il mio cognome ma un colore che mi descrive piuttosto bene. Un rosso scuro ma lucente, dalla natura passionale. Lo stesso rosso che scorre nelle vene, in un calice o quello di un cielo al crepuscolo.

2) Onnivoro perché ascolto di tutto e mi nutro di qualsiasi genere musicale.

3) Sensibile. Altamente sensibile. Chi è come me condivide tratti con gli autistici e con gli ADHD. Percepire dettagli sottili che altri non percepiscono è un dono che offre anche una maggiore empatia, creatività e intuizione. Ma questo “superpotere” che fa arrivare gli stimoli in modo così intenso può essere anche una condanna nei momenti in cui arrivano sovraccarico, ansia e burnout.

Da un incontro o da uno scontro, tutto può essere ispirazione. Com’è nato il lavoro “Forme uniche della continuità nello spazio”?
È nato da una visita al museo. Me lo ricordo bene perché era la domenica di Pasqua di qualche anno fa. Mentre vagavo per Milano con in cuffia Le luci della centrale elettrica, mi fermai in piazza Duomo e al Museo del Novecento. Mi sentivo apatico, sovraccarico e invaso da tutto quanto; in quel momento solo due cose riuscirono a calmarmi: quella scultura di Boccioni e i testi di Vasco Brondi. Dopo il pranzo coi parenti, mi chiusi in stanza a scrivere fino a sera.

Si sa che un’immagine vale più di mille parole, ma le note non sono da meno! Il lavoro è stato valorizzato da una clip?
Assolutamente d’accordo: quando un’arte contamina le altre, il valore aggiunto è enorme. Purtroppo, al momento, la risposta è no. A causa di limiti di budget o, a volte, per una divergenza di obiettivi e valori, non sempre riesco a realizzare tutto ciò che ho in mente.

Colgo però volentieri questa domanda per lanciare un invito: consideratelo una “call” per altri artisti e creativi. Mi piacerebbe molto attivare nuove collaborazioni per costruire qualcosa insieme e superare quei limiti che, da soli, a volte bloccano il percorso.

È prevista l’uscita di un disco?
L’ultima volta – che è stata anche la mia prima – è scoppiata una pandemia. Vediamo che cosa succede questa volta! (ride, ndr.).

Spero sempre di riuscirci prima che esploda la Terza guerra mondiale ma se non dovesse uscire entro l’anno, beh, non sarà la fine del mondo. Anche perché, guardandoci intorno, la fine del mondo sembra molto più vicina del mio disco e, almeno lì, non avrò colpe!

Di questi timori e di nuovi traguardi ho discusso a lungo con Federico Vecchio – l’amico e l’artista che ha curato la copertina del singolo e che ogni tanto mi concede l’onore di accompagnarmi al piano nei live. Alla fine, il disco è anche questo: un dialogo aperto con chi, come lui, mi aiuta a trasformare queste ansie in canzoni.

In salita o in discesa. I percorsi artistici si sviluppano sempre tra mille peripezie, vuoi raccontarcele?
I percorsi artistici sono uno saliscendi, perché ogni canzone è una sfida nel superare i propri limiti, ma hanno quel senso di discesa vertiginosa quando finalmente l’ispirazione scorre senza freni.

Le difficoltà maggiori spesso sono quelle interiori per convincere te stesso, che quello che fai ha un senso. Potrei stare ore ed ore a parlare di peripezie ogni volta che tutte le mie certezze vacillano, che ho paura del vuoto e temo di inciampare nelle paranoie o di ricadere nel gioco d’azzardo o in un’altra delle mie dipendenze… (si commuove, ndr.)

C’è la lotta contro le minchiate che ti dicono, il ‘già sentito’ e la ricerca di una voce che sia davvero coerente con chi sono oggi.

Le peripezie non sono sempre ostacoli, ma anche fuoco che forgia e ingredienti che mettiamo nella musica.

Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?
Attraverso la mia musica voglio trasmettere autenticità offrendo un “rifugio sonoro”. In un mondo pieno di filtri, sento il bisogno di dare voce a quelle vulnerabilità e a quegli istinti che tendiamo a nascondere. Il mio obiettivo è far sentire chi ascolta meno solo, creando un ponte tra il mio vissuto e il suo.

Questo concetto si riflette pienamente in ‘Forme uniche della continuità nello spazio’: proprio come nell’opera a cui si ispira, c’è un movimento costante. Voglio trasmettere la voglia di reagire e di trasformare anche i lati più oscuri o quelle emozioni “scomode” – come la noia, la rabbia o l’inquietudine – in qualcosa di costruttivo e vibrante. È un invito a non restare statici nel proprio dolore, ma a farlo diventare energia cinetica, evoluzione.”

Parliamo delle tue pregiate esperienze di pubblicazioni, live, concerti o concorsi?
La mia musica non è fatta di red carpet ma di pernottamenti improvvisati, di treni presi all’alba e migliaia di chilometri in tutta Italia per essere al lavoro poche ore dopo. È fatta di notti insonni a cercare disperatamente un musicista o a completare un brano finché non girava esattamente come volevo. È in quella stanchezza che ho trovato la mia sicurezza e la mia verità. Ma anche grazie anche agli input e ai consigli di Francesco Campanozzi e Max Lotti.

Mentre cercavo dei musicisti per la mia band trovai l’annuncio di un coro gospel e così ho conosciuto Wendell Simpkins. Fare parte di Soul Voices è stato come fare una “trasfusione di vita”, unendo un senso esistenziale a una spiritualità profonda.

Quando ero sul palco di Je So Pazzo Festival o al Premio Poggio Bustone, non vedevo giurie, vedevo persone. Cantare nelle terre di Lucio Battisti, nella piazza di Rieti ancora ferita dal terremoto, così densa e gremita, mi ha fatto capire che la musica è una responsabilità verso chi ascolta. E la paura che avevo non era più quella di stonare ma di non essere ‘abbastanza’. Poi aprivo gli occhi, vedevo qualcuno tra la folla che si emozionava, e lì avveniva il miracolo. Quella è l’emozione pura: accorgersi che il tuo dolore o la tua gioia sono gli stessi di uno sconosciuto.

Ho sempre creduto che la musica non è competere ma incontrarsi e avvicinarsi. E vedere artisti come Adriano Pennino, Federica Abbate o Fausto Cogliati a qualunque ora e a qualunque temperatura in piena estate ad ascoltare migliaia di ragazzi, ti apre il cuore e rafforza la fiducia e la speranza che forse ciò che fai può avere ancora un senso nonostante un conto in banca vuoto e la bussola che sembrava smarrita.

Un altro incontro significativo è quello con Lunaspina Caruso per le strade di Catania. Un’artista autentica che sa essere luce delicata ma anche esilarante e graffiante. Conoscerla e sentirla cantare è come ricevere una lezione silenziosa di vita, presenza scenica e anima.

E le aperture prima di Masini o Lanzoni? Sei piccolo piccolo davanti a tante persone che aspettano lui, eppure devi trovare il coraggio di dire la tua.

Impari che non devi fare a tutti i costi lo showman, devi solo essere vero. Perchè se fingi, sei spacciato. Se invece sei vero, la gente ti sente.

Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?
La scena musicale italiana sta vivendo un momento di fermento. E’ tornata a essere “cool” all’estero non solo come fenomeno di nicchia o legato alla tradizione melodica; pensiamo ai Måneskin, alla nuova ondata trap/drill e al ritorno prepotente della lingua italiana.

C’è una varietà di generi ma anche un sottobosco incredibile che fatica ad emergere perché i media principali puntano sempre sui soliti grandi nomi e il pubblico spesso non è educato ad uscire per scoprire nuova musica dal vivo, ma solo solo a consumarla in streaming.

Se potessi cambiare qualcosa, cambierei tutto! Voglio una scena che si preoccupi meno di essere “virale” ma mantenesse quella spinta vitale.

Perché il problema non è la musica ma il sistema che l’ha trasformata in un all you can eat, dove la sprechi senza pensarci.

Oltre al lavoro in promozione quale altro brano ci consigli di ascoltare?
Se cercate spensieratezza e sentite che questa vita vi sta stretta, vi consiglio senza dubbio “Nicaragua”.

Ma se c’è un solo brano che vorrei che invece fosse di tutti, quello è “Italia Turrita”. Un pezzo a cui tengo moltissimo perché è una fotografia del nostro Paese, sospeso tra una bellezza infinita e le sue contraddizioni croniche.

Sorprese e anticipazioni. Cosa bolle in pentola e a cosa stai lavorando?
Bolle in pentola il desiderio di esplorare nuove sonorità, meno perfette ma più istintive, che abbiano il coraggio di raccontare senza filtri la realtà così com’è. Sto lavorando a qualcosa che non vuole solo essere ascoltato, ma che vuole farsi toccare.

Perché solo quando sei nudo sei libero davvero, e io non ho mai avuto così tanta voglia di esserlo. C’è una tensione dolce, quasi sensuale, in questo mio spogliarmi; una ricerca di nudità che nasce dal bisogno di sentirsi vivi sotto la pelle degli altri.

In questo periodo della mia vita non mi insegue l’ansia delle grandi folle o di tante date. Voglio pochi luoghi, ma intimi. E voglio portare questa mia vulnerabilità solo su quei palchi che sento come ‘casa’, dove le luci sono soffuse e il silenzio ha lo stesso peso delle parole.

Di master