Straordinaria e interessante intervista oggi a sartini, artista poliedrico che raccoglie consensi a go-go. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro , pubblichiamo con estremo interesse l’intervista a sartini, grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! Avviciniamoci con garbo e curiosità al mondo musicale e personale, sartini si narrerà con quelle che sono le collaborazioni, le esperienze, e i progetti futuri. Tuffiamoci in questo mondo speciale e diamo un caloroso benvenuto a sartini!
Com’è nata tua la passione per la musica?
Non ricordo un momento preciso in cui ho deciso che la musica sarebbe entrata nella mia vita. Probabilmente perché c’è sempre stata. Ho iniziato a studiare pianoforte a otto anni, poi sono arrivate la chitarra, la batteria, le percussioni e tutto quello che mi permetteva di trasformare un’idea in un suono. Crescendo ho capito che la musica non era soltanto qualcosa che mi piaceva fare, ma un modo diverso di osservare il mondo. Ho sempre avuto una certa difficoltà ad accettare le cose semplicemente per come vengono raccontate. Mi piace cercare quello che c’è dietro, le contraddizioni, le sfumature, perfino il ridicolo di certe situazioni. Credo che il mio rapporto con la scrittura sia nato proprio da questo: dalla necessità di dare una forma a pensieri che, lasciati nella testa, avrebbero continuato a fare troppo rumore.
Com’è nato “Sartini” e il suo personaggio, il suo sound?
Sartini non è un personaggio costruito a tavolino. È il mio cognome, ma nel tempo è diventato anche una sorta di contenitore artistico nel quale posso permettermi di essere tutto quello che voglio, senza dover necessariamente risultare coerente con quello che ho fatto prima. Non ho mai amato particolarmente le etichette musicali. Sono cresciuto ascoltando il cantautorato italiano, ma anche musica classica, punk rock, funk e progressive. Generi apparentemente lontani che, nella mia testa, hanno sempre convissuto piuttosto bene. Il mio sound nasce da questa contaminazione. Non cerco un’identità sonora immobile, riconoscibile perché ripete continuamente se stessa. Mi interessa che ci sia un filo conduttore nella scrittura, nel modo di guardare le cose, non necessariamente negli strumenti che utilizzo. Preferisco essere riconoscibile per quello che ho da dire, piuttosto che per il suono che decido di usare per dirlo.
Da un incontro o da uno scontro, tutto può essere ispirazione. Com’è nato il lavoro “Conflitto irrisolto”?
È nato da una riflessione abbastanza semplice: passiamo buona parte della nostra esistenza cercando di risolvere conflitti che, forse, non sono destinati ad avere una soluzione. Quelli con gli altri sono i più evidenti, ma i più interessanti sono quelli che abbiamo con noi stessi. Le nostre convinzioni contro i nostri desideri, la razionalità contro l’istinto, quello che siamo contro quello che vorremmo essere. Mi affascinava l’idea di raccontare questa condizione senza offrire una risposta rassicurante. Anche musicalmente ho voluto allontanarmi da certe sonorità più tradizionali del mio percorso, introducendo elementi elettronici, sintetizzatori e un’atmosfera quasi sospesa. C’è anche un ticchettio, quello di un pendolo, che richiama il tempo e la sua presenza costante. Il conflitto, del resto, non si ferma mentre cerchiamo di comprenderlo. Forse maturare non significa risolvere tutte le proprie contraddizioni, ma imparare a convivere con alcune di esse senza smettere di farsi domande.
Si sa che un’immagine vale più di mille parole, ma le note non sono da meno! Il lavoro è stato valorizzato da una clip?
Sì, e questa volta il videoclip è diventato quasi un’opera parallela al brano. Ho scelto di realizzarlo utilizzando strumenti di intelligenza artificiale, curando personalmente la costruzione delle scene e il montaggio. Non volevo semplicemente accompagnare la canzone con delle belle immagini. Volevo costruire un piccolo viaggio dentro la mente, dove la logica lascia progressivamente spazio al simbolismo. Ci sono porte, stanze, un pendolo, riferimenti alla psicoanalisi e alla figura di Freud, elementi surreali e immagini che sembrano appartenere più al linguaggio dei sogni che a quello della realtà. L’intelligenza artificiale mi ha permesso di dare forma visiva a idee che, con una produzione tradizionale, avrebbero richiesto risorse enormemente superiori. Ma c’è una distinzione che considero fondamentale: la tecnologia può generare immagini, non può decidere cosa abbiamo bisogno di raccontare. Quella resta una responsabilità umana.
Il lavoro fa parte di una serie di uscite che culminerà in un disco?
“Conflitto Irrisolto” è il brano che dà il titolo al mio secondo album, pubblicato nel 2026. Non lo considero semplicemente una raccolta di canzoni, ma una fotografia di un determinato momento del mio percorso artistico. Rispetto ai lavori precedenti sento una maggiore libertà, soprattutto nella produzione e nella scelta delle sonorità. Ho cercato di non impormi limiti dettati da quello che qualcuno potrebbe aspettarsi da un cantautore. Oggi la musica viene spesso pensata come una successione di singoli, ciascuno con una vita di poche settimane. Io continuo a credere nel disco come opera, come spazio nel quale un artista possa sviluppare un discorso più ampio. Un singolo può raccontare un pensiero. Un album, quando funziona, può raccontare un modo di pensare.
Cos’è per te l’arte, la musica?
L’arte è una delle poche forme di libertà nelle quali non siamo obbligati ad avere ragione. Nella vita quotidiana siamo continuamente chiamati a prendere posizione, a dimostrare qualcosa, a essere efficienti, comprensibili, possibilmente vincenti. Nell’arte possiamo permetterci il dubbio, l’errore, l’assurdo e persino la contraddizione. Per me la musica è soprattutto questo: uno spazio nel quale non devo dimostrare nulla a nessuno, nemmeno a me stesso. Non credo che una canzone debba necessariamente insegnare qualcosa o migliorare il mondo. A volte è sufficiente che riesca a spostare, anche di pochissimo, il punto di vista di chi la ascolta. Una canzone non deve per forza dare risposte. A volte il suo valore sta nel formulare una domanda che non avevamo mai avuto il coraggio di farci.
Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?
Non parto quasi mai dall’idea di trasmettere un messaggio preciso. Diffido un po’ delle kanzoni che pretendono di spiegare agli altri come vivere. Preferisco raccontare situazioni, osservare comportamenti, mettere in evidenza le contraddizioni umane. A volte con malinconia, altre con ironia, altre ancora con un certo sarcasmo. Mi interessano le persone imperfette, le relazioni complicate, le piccole ipocrisie quotidiane e tutto quello che generalmente cerchiamo di nascondere dietro una versione più presentabile di noi stessi. Non cerco necessariamente l’identificazione dell’ascoltatore. Mi piace anche l’idea che qualcuno possa non essere d’accordo con quello che scrivo. Se una canzone riesce a provocare una reazione autentica, anche di dissenso, probabilmente ha già fatto qualcosa di interessante. L’indifferenza, artisticamente parlando, mi spaventa molto più della critica.
Parliamo delle tue pregiate esperienze di pubblicazioni, live, concerti o concorsi?
Ho alle spalle oltre vent’anni di attività dal vivo e una quantità di esperienze molto diverse tra loro. Ho avuto l’opportunità di esibirmi in contesti importanti, come Italia 5 Stelle al Circo Massimo nel 2014, Imola nel 2015, Piazza del Popolo a Roma nel 2016 e il Meeting del Mare. In alcune occasioni mi sono trovato davanti a platee di oltre cinquantamila persone. Ho anche avuto il piacere di aprire concerti di artisti come Alex Britti. Ho frequentato il CET di Mogol, un’esperienza significativa per il mio percorso di scrittura. Negli ultimi anni ho mantenuto un’attività live particolarmente intensa, arrivando a circa sessanta o settanta concerti l’anno, tra progetti originali, formazioni musicali e spettacoli dedicati al grande cantautorato italiano. Ma se devo scegliere cosa mi ha insegnato davvero questo percorso, non penso al palco più grande. Penso a tutte quelle serate nelle quali devi conquistarti l’attenzione di persone che non sono venute appositamente per ascoltarti. Suonare davanti a cinquantamila persone è un’emozione straordinaria. Riuscire a farne tacere cinquanta che stavano parlando tra loro può essere una soddisfazione altrettanto grande. I grandi palchi ti regalano ricordi. Quelli piccoli, molto spesso, ti insegnano il mestiere.
Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?
Credo che in Italia ci sia molta più musica interessante di quella che effettivamente riesce a trovare spazio. Il problema non è la mancanza di talento, ma un sistema nel quale la visibilità rischia sempre più spesso di essere confusa con il valore artistico. Oggi un musicista deve essere anche un comunicatore, un creatore di contenuti, un esperto di algoritmi e possibilmente un personaggio capace di attirare attenzione in pochi secondi. Non considero tutto questo necessariamente negativo. Le piattaforme digitali hanno aperto possibilità che vent’anni fa erano impensabili. Però credo che abbiamo progressivamente spostato l’attenzione dalla musica a tutto quello che le gira intorno. Cambierei soprattutto il modo in cui viene misurato il successo. I numeri sono importanti, naturalmente, ma non raccontano tutto. Un milione di visualizzazioni non equivale automaticamente a un milione di persone realmente coinvolte. E soprattutto vorrei che tornassimo a concedere agli artisti il tempo di crescere, sperimentare e persino sbagliare. Oggi sembra che una canzone debba dimostrare di funzionare prima ancora di avere il tempo di essere ascoltata. È un paradosso sul quale, secondo me, varrebbe la pena riflettere.
Oltre al lavoro in promozione quale altro brano ci consigli di ascoltare?
Consiglierei “Latte e Coco Pops”. Mi piace perché rappresenta un altro lato della mia scrittura, distante almeno in apparenza dalle atmosfere di “Conflitto Irrisolto”. Credo sia interessante ascoltare due brani diversi dello stesso artista per capire che un percorso musicale non deve necessariamente procedere in linea retta. Non ho mai cercato di scrivere dieci volte la stessa canzone cambiando semplicemente il titolo. Mi interessa esplorare registri differenti, mantenendo una certa riconoscibilità nel modo di raccontare. E forse è proprio questa la parte più divertente del fare musica: potersi sorprendere ancora.
Progetti a breve e lungo termine?
Nel breve periodo voglio continuare a promuovere “Conflitto Irrisolto”, portare avanti l’attività dal vivo e sviluppare ulteriormente la dimensione visiva della mia musica. Sto lavorando anche alla costruzione di uno spazio digitale ufficiale dedicato a Sartini, nel quale raccogliere discografia, videoclip, concerti e, in futuro, rendere disponibili anche edizioni fisiche dei miei lavori. Il live continuerà a essere centrale. Accanto alla mia produzione originale porto avanti spettacoli dedicati ad alcuni grandi autori italiani, da Battisti a De André, da Rino Gaetano a Lucio Dalla. Nel frattempo sto scrivendo il mio terzo disco che sarà una cosa totalmente nuova rispetto ai terreni battuti fino ad ora. Voglio continuare a scrivere, pubblicare dischi, salire su un palco e avere qualcosa di autentico da raccontare. Perché il giorno in cui avrò la sensazione di non avere più niente da dire, probabilmente sarà anche il giorno in cui dovrò avere l’onestà di smettere di scrivere. Per il momento, fortunatamente, ho ancora parecchie domande senza risposta.