Con grande piacere diamo il benvenuto a Antonio D’Angiò , artista poliedrico che sta spopolando nelle piattaforme musicali. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro “Buenos Aires”, pubblichiamo con gratitudine l’intervista a Antonio D’Angiò , grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! Scopriremo interessanti retroscena musicali e di vita, Antonio D’Angiò ci racconterà con quelle che sono le collaborazioni, le esperienze, e i progetti futuri. Tuffiamoci in questo mondo speciale e diamo un caloroso benvenuto a Antonio D’Angiò !
Com’è nata la tua passione per la musica?
La passione per la musica nasce da bambino, in maniera naturale e istintiva.
All’età di 7 o 8 anni chiesi a “Babbo Natale” una chitarra. Lì scoprii che… (chiudete gli occhi, bambini) Babbo Natale altro non era che i miei genitori, perché trovai l’oggetto del desiderio depositato in un armadio alcuni giorni prima del 24 dicembre.
Pochi anni dopo, alle scuole medie, la professoressa di musica era solita organizzare piccoli spettacoli di fine anno, per cui chiese alla mia classe chi avesse una chitarra in casa: io ancora non suonavo, non avendo avuto un maestro, ma alzai la mano. Mi assegnò Figlio, figlio, figlio di Roberto Vecchioni, mentre l’anno successivo organizzò un tributo per il decennale della scomparsa di Lucio Battisti, così imparai i suoi “classici”.
Da lì compresi che quei mondi erano posti in cui stavo bene, ne scoprii altri, linguaggi diversi della musica, e divenni sempre più pratico dello strumento con lo scopo di crearne io stesso di nuovi e personali.
Usa tre aggettivi (e perché) per descrivere “Antonio D’Angiò” e il suo personaggio…
Non so rispondere a questa domanda: non esiste un personaggio “Antonio D’Angiò”. Nella mia espressione musicale c’è il riflesso di quello che sono come persona, nel bene e nel male.
Come descriveresti la nascita di “Buenos Aires”?
Buenos Aires è un brano che viene fuori dopo una lunga “fermentazione”: la strofa e il ritornello sono stati scritti a distanza di mesi l’uno dall’altro. Inizialmente cercavo un suono asettico, plastico, completamente digitale, a rappresentare la bugia espressa nel testo, ma “riscaldato” dagli archi.
Un anno dopo cambiai completamente programma: cercai dei musicisti per rifare una produzione orientata verso il rock, quindi sostituii alcuni strumenti (drum machine, organo, archi). Il risultato è sicuramente più grezzo, sporco e, dal mio punto di vista, più emozionante.
E com’è nato il suo videoclip?
Insieme al bravissimo regista Simone Romano, amico dall’adolescenza, lavoro da tanti anni. Volevamo che tutto fosse coerente, sul piano semantico, con il testo; così non abbiamo avuto dubbi sul fatto che l’attualità ci spingesse verso l’utilizzo dell’IA, cercando di scoprirne i limiti. Abbiamo cercato di non essere troppo didascalici, di offrire un punto di vista leggermente più ampio rispetto a ciò che nel brano viene raccontato.
È prevista l’uscita di un disco?
Sì, ma non posso ancora anticiparvi troppo. Sta per arrivare.
Com’è stato il percorso dall’esordio ad oggi?
Tortuoso. Ho iniziato non ancora ventenne nei locali del centro storico di Napoli e ho continuato per circa tre anni, dal 2014 al 2017 grossomodo.
Non è stata un’esperienza facile, poiché quello dei concerti, a questo livello, è un mondo in cui bisogna “tirare a campare” e in cui ci si aggrappa a tutto per trarre vantaggio, spesso a scapito del musicista.
Per fortuna la mia musica dell’epoca (Spauracchio fritto, album del 2016) trovò qualche riscontro tra le non tante persone che vi si imbatterono, ma preferii da quel momento ritirarmi e studiare (sempre da autodidatta) seriamente la produzione, ampliare le scelte nella scrittura, cercare nuove tinte della mia espressione e, infine, migliorare nell’esecuzione dei miei brani.
Quali sono le tue influenze artistiche?
Nella prima adolescenza ho amato il rock anglofono e i cantautori italiani e, a mano a mano, ho cercato di approfondire gli artisti che più mi emozionavano. Ho gradualmente invertito le nazionalità e i generi, approfondendo maggiormente i cantautori anglofoni e il rock, specie il prog italiano.
Ho amato anche l’opera in anni più recenti, diciamo dalla pandemia in poi. Nell’album, di cui non ho anticipato nulla, posso dire che la fase “operistica” ha avuto una sua forte impronta. L’album è nato e si è sviluppato come “concerto”.
Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?
È la canzone a trasmettere i contenuti: bisognerebbe chiedere a lei.
Parliamo delle tue pregiate esperienze di pubblicazioni, live, concerti o concorsi
Al momento ho un album e un singolo di pubblico accesso. L’accoglienza credo sia stata mediamente positiva, ma so di avere un megafono poco rumoroso e non posso rendermi conto di quanto ciò che scrivo trovi spazio nella vita delle persone. Non credo sia una cosa di cui mi dovrei preoccupare.
Concerti ne ho fatti, come dicevo prima, soprattutto una decina d’anni fa.
Alla fine del 2024 ho ripreso a farne col gruppo spalla, dopo essere stato invitato al Campania Teatro Festival.
Mi piace molto mettermi in gioco, ma non amo le gare di sentimenti. La musica è materia imperfetta e soggettiva, pur avendo in sé caratteri matematici e oggettivi; per questo sono a disagio all’idea di essere giudicato, di arrivare prima o dopo qualcun altro che mette nella musica la propria fragilità perché siano assegnati premi. È una cosa che pertiene più allo sport, a occhio e croce.
Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?
Ci sono tante cose che mi piacciono, altrettante che mi piacciono meno. In generale mi sembra che la “scena” oggi sia uno spazio dai confini molto labili, e questo può essere un bene, finché però non sussiste una tendenza pedissequa all’omologazione che ne annienta i benefici.
Oltre al lavoro in promozione, quale altro brano ci consigli di ascoltare?
Quello che volete da Spauracchio fritto.
Sorprese e anticipazioni. Cosa bolle in pentola e a cosa stai lavorando?
A brevissimo uscirà un altro singolo. A breve, un album!
